INTERVISTA DI MARTINA (RITA) SCHAEFER A FRANK WERNER DEL 14 OTTOBRE 2017




Sono dovuta salire fino alla vetta del monte Weldenstein. Il viaggio attraverso la vecchia ferrovia a cremagliera, a bordo del treno giallo che sferraglia lievemente sotto i tuoi piedi vale, da solo, la salita sulla cima. Il suo fascino antico riporta indietro nel tempo. Ad epoche passate in cui la vita era forse un po' meno piena di cose e per questo probabilmente un po' più semplice.
Da lì sopra, la vista toglie il fiato e fa dimenticare il vento gelido che in un giorno come questo sferza il mio volto, piantando mille piccoli aghi nelle mie guance. Ma il sole splende luminoso nel cielo terso e ai miei piedi vedo la valle; e i monti torreggiano di fronte a me.
Sono voluta salire sul terrazzino panoramico, dal momento che sono arrivata con un po' di anticipo. E non trovo parole per descrivere l'incanto di questa meraviglia della natura; e non mi stupisco più del motivo per cui l'uomo che sto per incontrare abbia scelto di abbandonare la vita della città per la pace dei monti.
Quando il vento ha sciolto la mia sciarpa e ha esposto la mia gola al freddo di questo soleggiato mattino ottombrino, decido che è il momento di cercare riparo.
Entro nel ristorante Wendelsteinhaus dove ho l'appuntamento. Siedo ad un tavolino e ordino un tè caldo al limone e zenzero. Lo sorseggio ancora bollente guardandomi intorno nell'attesa. L'interno è ben arredato, semplice e piacevolmente montanaro. Ciò che subito colpisce la vista sono le vetrate affacciate su un panorama mozzafiato: i monti e la verde valle illuminate da un sole splendente sotto ad un cielo tanto turchese da sembrare solido.
La porta si apre nel freddo del tardo mattino e il mio ospite entra indossando un cappotto nero e una sciarpa grigia. Toglie il berretto di lana e mi riconosce subito.
Mi si avvicina con movimenti eleganti mentre slaccia i bottoni del cappotto. Mi porge la mano e si presenta. Naturalmente so benissimo con chi sto parlando: Frank Werner, astonomo di fama internazionale, laureato alla Ludwig-Maximilian Universität di Monaco di Baviera. Amico e talvolta collega della incredibile e purtroppo defunta astronoma italiana Margherita Hack. Docente Collaboratore di quella stessa università in cui ha conseguito il titolo di studio.
Ordina un tè caldo, uguale al mio. Sono colpita dalla grazia dei suoi movimenti.
Con tranquillità appoggia sul tavolo un taccuino coperto di pelle chiara scamosciata e una penna stilografica nera; semplice, elegante, come lui. Lascia il cappotto, la sciarpa e i guanti sulla sedia accanto e si siede di fronte a me.
Ordiniamo il pranzo e inizio presentandomi.

Signor Werner, mi chiamo Martina Schäfer, ma preferisco Rita. Vorrei provare a raccontare la sua vita.
Ne sono onorato anche se non credo la mia vita valga davvero un romanzo. Non è accaduto, né ho fatto alcunché di speciale.
Tuttavia la vorrei narrare. Ho letto molti dei suoi lavori. Trovo che abbia un modo di spiegare cose apparentemente incomprensibili, in un maniera semplice e chiara come pochi altri suoi colleghi. Un po' come i libri di Margherita Hack. Mi perdoni se richiamo alla memoria avvenimenti tristi, ma la sua è una vita spesa per le stelle e per i misteri dell'universo ed è impossibile prescindere da questa donna che tanto ha regalato allo studio dell'astronomia e della fisica, ma che soprattutto le è stata tanto amica.
Sono qui per conoscere l'uomo, non la figura professionale. Ma le galassie fanno parte della sua vita proprio come i suoi arti e i suoi capelli. Vorrei chiederle, perciò, da dove è nato e quando - se esiste un momento preciso - il suo amore per l'astronomia.
Possiamo darci del tu? (Rispondo affermativamente, va da sé.) Molto bene Rita. Il mio amore per l'astronomia nacque quando avevo 8 anni. C'è stato un momento preciso, ad essere onesti. Mio padre era insegnante all'università Ludwig-Maximilian di Monaco. Sì, siamo una famiglia che ama le tradizioni. Per il mio ottavo compleanno mi portò qui su. Salimmo con la ferrovia a cremagliera ed io ero entusiasta come se fosse arrivato Natale in anticipo.
Non avevo mai fatto una gita da solo con mio padre. Ricordo perfettamente quella giornata. Era domenica. Il sole splendeva, proprio come oggi. Vedi quelle vette laggiù in fondo? Indica le montagne visibili dalle ampie finestre. Lì, proprio in mezzo tra quelle due punte, tramontò il sole quella sera.
Quando uscii dalla stazione - la Bergstation - vidi il cielo splendente e ricordo come oggi che la luce mi fece male agli occhi. Era estate. Prendemmo l'ultimo treno in salita, quello delle 15:00. Passeggiammo sulla cima del monte, mi portò a visitare la chiesa. Ti consiglio una visita se non ne hai avuto occasione.
Cenammo qui e mi disse che tuttavia non era quello il suo regalo. Ero così elettrizzato che non credevo avrei più dormito per il resto della mia vita. Giocammo a carte sul terrazzo finché la sera ce lo concesse. Vedemmo tre marmotte e due stambecchi quel pomeriggio. I visitatori erano numerosi, ma per me erano solo un rumoroso sciame di mosche. Avevo occhi solo per mio padre.
Quando si fece buio, mi accompagnò nuovamente fuori. “Vestiti bene” mi disse, “staremo fuori per un po'”. Puoi immaginarti quanto mi sentivo terrorizzato. Stare fuori di notte. Avevo sentito dire che c'erano i lupi. Ma in fondo ero con mio padre, per cui mi feci coraggio e uscii dietro di lui.
Ma ti assicuro che non ebbi affatto paura. Tutto ciò che provai quella notte, fu sbalordimento, incredulità, meraviglia. Il mio cuore accelerò il battito in maniera tale da farmi prendere uno spavento. Mi sentivo come un colibrì. Sai che il cuore del colibrì può arrivare ad avere una frequenza di 1260 battiti al minuto? Sono creature spettacolari! Scusa, sto divagando.
Dicevo che mi sentivo come un colibrì. Come dopo aver ingerito una quantità spropositata di caffeina. Ciò che vidi quando mio padre mi accompagnò in una piccola radura buia, compare davanti ai miei occhi tutte le volte che abbasso le palpebre. Ho visto miliardi di stelle. Tante che non credevo nemmeno possibile vedere ad occhio nudo. Così tante che non si vedeva nemmeno il blu scuro del cielo. Solo nella zona intorno alla luna - luminosa, piena e splendente quella notte - alcune stelle scomparivano.
Immagino che ci sia nella vita di una persona, un momento in cui ella si rende conto di dove si trovi la sua passione. Io sono stato fortunato, l'ho scoperto quando ero molto giovane.
In quel momento, quella notte trascorsa lì fuori al freddo a 1700 metri sul livello del mare, ho capito che avrei studiato per diventare un astronomo e che sarei venuto a vivere qui. Dopo 57 anni, posso dirte che non mi sono mai pentito un solo giorno. Questa è la mia casa. Io appartengo alle stelle. Qui mi sembra di esserci un po' più vicino. Quel giorno decisi che nulla mi avrebbe sradicato da qui. Ho trascorso gran parte della mia vita qui.
Di questo avevo letto, non ne hai mai fatto segreto. Come il periodo in cui eri sposato con Anita (Schmidermeir ndr.). In quel periodo lei viveva a Monaco, se non ricordo male. Vi scrivevate?
Certo! Fortunatamente c'era un mio amico che lavorava su all'osservatorio, ma viveva vicino a casa di Anita. È sempre stato ben lieto di portare la nostra corrispondenza. Generalmente io gli consegnavo la mia lettera il venerdì e Anita mi rispondeva il martedì o il mercoledì.
Ho avuto modo di leggere anche che tu non nuoti. Sei stato molto categorico a riguardo in un'intervista. Non chiederò il perché, ma vorrei porre un'altra domanda: non nuoti nemmeno al lago? Oppure al mare?
Certo che nuoto. Nel senso che vado al mare e nuoto. Non lo pratico come sport, ma mi piace fare una nuotata quando sono in vacanza in Italia.
Sull'argomento Italia, vorrei tornare più avanti perché so che ha significato molto per te. Posso correttamente intuire che scrivi? Dal momento che vedo quel taccuino e la penna...
Solo qualche appunto. Ho sempre con me il taccuino, ma lo uso soprattutto di notte, quando sono fuori ad osservare il cielo.
Qualche scheletro nell'armadio?
Credo di essere piuttosto noioso a proposito. Sorride bonario. La cosa peggiore che abbia mai fatto è stata baciare la mia prof in gita alle superiori come scommessa, ma ero davvero molto ubriaco. (Rido e lo guardo con tanto d'occhi!) Che cosa hai fatto? Già... devi capire che era una bella donna. Eravamo tutti attratti da lei, puoi capire a 17-18 anni... (Un'altra risata. Sua questa volta) Che materia insegnava? Tedesco. Eravamo tutti molto interessati a Goethe come puoi capire. La verità è che eravamo giovani, ma soprattutto sciocchi.
Qualche segreto da confessare? Non è che poi mi salti fuori a un certo punto della storia e mi racconti qualcosa di inaspettato?
No, tranquilla... adesso ci penso un momento... Una volta ne ho combinata una grossa. Ero con un compagno. Dovevamo pulire un ufficio per punizione. Non eravamo in buoni rapporti. Litigammo e una busta finì nel trita-carte. Anni dopo scoprimmo che era una lettera ufficiale. Una sanzione. Lo scoprimmo perché fu chiesto di pagare la sanzione, più gli interessi. La scuola sborsò un sacco di soldi per causa nostra.
Hai qualche rimorso?
Quello di non aver mai ascoltato con la dovuta attenzione ciò che i miei genitori mi raccontavano del loro passato. Forse oggi mi resterebbe qualcosa in più di loro.
Raccontami com'eri a scuola.
Ero un po' schivo. Non parlavo molto. Ero intelligente, non avevo bisogno di studiare tanto e questo non mi metteva in bella luce con i miei compagni. Per cui mi mantenni - sbagliando di proposito - su livelli medi fino alle scuole superiori. Lì potei finalmente studiare l'astronomia come si deve.
Un giorno durante una delle prime lezioni di astronomia la professoressa iniziò a parlarci delle comete. Io sapevo già tutto perché quando ebbi l'occasione di vederne una ne fui rapito. Mio padre non aveva tanto tempo per studiare con me, così posi le mie numerose domande alla professoressa. Rimase a tal punto stranita che chiamò la preside e mi fu chiesto se fossi interessato a seguire corsi avanzati di astronomia. Naturalmente accettai. Fu così che ottenni la mia laurea in un tempo consono. Assorbii tutto ciò che potevo.
Quindi sei sempre stato un po' solo, mi pare...
Sì, non sbagli. Ma non mi dispiaceva troppo. Alle scuole elementari avevo una amica chiacchierona, si chiamava Anita anche lei. Stavamo spesso al parco, io mi dondolavo e ascoltavo, lei parlava. Trovavo davvero incredibile che avesse sempre qualcosa da dire, qualcosa da chiedere. Ero convinto che ad un certo punto avrebbe esaurito le parole che le erano concesse e avrebbe semplicemente smesso di parlare. Non so se accadde davvero. Ci separammo quando eravamo piccoli e lei si trasferì. È stata per me una cara amica. Non avevo nulla da dimostrarle, perché le andavo bene esattamente come ero.
Non so se hai avuto occasione di vedere il film d'animazione Disney Up. All'inizio del film vengono presentati due bambini. Ecco, la prima volta che l'ho visto ho pensato a me ed Anita.
È stata l'unica persona, oltre a te, con cui abbia condiviso la mia magica notte con mio padre.
Ed io ne sono lusingata. Grazie.
Parlami un po' di tua madre, Frank (Margareta Bardanovich ndr.). Che rapporto avevi con lei? Come ti trattava? C'era abbastanza tempo da trascorrere insieme?
Mia mamma era spesso a casa. Ma era anche spesso chiusa nella stanza dove provava. Lei era un'attrice di teatro. Talvolta veniva a casa nostra qualche amico o collega e lei si appartava con loro e li ascoltavo provare per ore. Talvolta venivano solo per delle chiacchiere; in quelle occasioni mi era concesso di sedere con loro e bere il tè con i biscotti alla cannella che la nostra cuoca preparava. Erano sempre ospiti interessanti in quel caso. Spesso veniva il sindaco, o un attore giunto da lontano.
Credo che fosse veramente brava.
Quanti anni avevi quando morì?
37
Aveva smesso da un pezzo di recitare. L'ultima volta che la vidi recitare, avevo 22 anni. Era bella. Non lo dico solo perché era mia madre. Era una donna bellissima. Una di quelle bellezze dell'est. I capelli chiarissimi. Una donna alta e formosa.
Quando era a casa la sera le piaceva giocare con me e papà a carte. Spesso invitavamo anche zia Martina, sorella di mamma. Si trasferì poco dopo la caduta del muro.
Ossessioni?
A parte l'astronomia, intendi? (Ride, poi si fa un po' più serio) Credo di essere maniaco dell'ordine.
Paure profonde?
L'unica paura vera che ho è che le piccole paure di tutti i giorni possano bloccarmi.
Raccontami della tua prima estate in Veneto.
La ricordo come fosse ieri la mia prima estate in Veneto. Invece sono passati tanti anni. Era il 2005. Non ero mai stato a Eraclea; con la mia famiglia le vacanze estive erano sempre state a Lignano Sabbiadoro. Tuttavia, forse a causa degli eventi trascorsi, ritenni fosse meglio cambiare destinazione. Arrivai al campeggio dopo aver consultato svariate guide. Mi occupai di trovare un rimessaggio lì vicino e mi avvicinai a questo campeggio aperto nel 1970. Avevo letto che era un posto tranquillo particolarmente indicato per le famiglie.
Io ci volevo andare per il mare. Piazzavo al roulotte e rimanevo per quattro settimane. Quelli erano i piani almeno.
Era il sedici maggio quando arrivai. La sera si era appena presentata quando mi diressi all'ufficio ricevimento per la registrazione. Una ragazza sedeva sola di fronte ad un pc.
“Buonasera, parla tedesco?” un paio di parole le conosco in italiano, ma non sufficienti a sostenere una conversazione. “Buonasera, certo!” mi risponde lei subito entusiasta. “Ha una prenotazione?”. Le mostrai le carte e mi presentai.
Impiegammo non poco per sbrigare le questioni burocratiche. Salutai Marta - scoprii successivamente che era questo il suo nome - e mi feci accompagnare al mio posto da Angelo.
Credevo che non avrei più rivisto Marta, invece dovetti ricredermi già la sera successiva.
Avevo approntato la griglia per il barbecue e mi apprestavo a tagliare la carne da mettere sul fuoco. Un wurstel dalla pelle particolarmente spessa scivolò e con il coltello aprii uno squarcio sul dito medio. Ebbi l'accortezza di chiudere il gas e, scortato da un cortese signore italiano, mi diressi alla reception.
Lì trovai Marta, la quale chiamò un'ambulanza e mi diede il suo numero dicendo che se non avessi finito troppo tardi, mi sarebbe venuta a prendere invece di farmi chiamare un taxi.
Così feci e alle 23:30 la chiamai. Attesi solo dieci minuti e arrivò. Chiacchierammo lungo il percorso e decidemmo che la sera successiva saremmo andati a bere qualcosa assieme.
Da lì è stata una completa escalation tra noi due ed ora dopo tutti questi anni siamo ancora amici. Talvolta lei viene a trovarmi qui e ogni estate io vado ancora in vacanza lì. È stata una presenza importante per la mia vita.
Frank, io per il momento mi fermerei qui. Ho chiacchierato molto volentieri con te, ma il mio lavoro è appena iniziato, per cui ci vedremo presto nuovamente.
Ti ringrazio Rita per il piacere della tua compagnia. Permetti che ti accompagni all'esterno.

Così termina la mia prima conoscenza con Frank Werner. Un uomo affascinante che ha decisamente molto più da raccontare rispetto a quanto si possa immaginare. Scendo dalla montagna con la ferrovia, da dove sono salita. La prossima volta sarà la funivia.
I boschi intorno si infittiscono a mano a mano che scendiamo di quota e quando arrivo al parcheggio dove ho lasciato la macchina, il sole si è già tuffato dietro alle montagne.



Per ordinare la tua copia:


Commenti