LA DONNA DEI FIORI II





Lì, su dalle scale sempre uguali, a metà strada fra sopra e sotto, sta una donna.
La donna ha occhi orientali.
Vivo qui da quasi due anni e per la prima volta decido di fermarmi dalla donna dei fiori.
La mia casa è già piena di fiori. Mi piacciono le piante e a giudicare dalla vivacità con cui crescono, direi che il sentimento è reciproco.
La donna ha capelli neri raccolti in una corta coda di cavallo e una frangia dritta sulla fronte.
Mi accoglie con un sorriso che sembra però poco convincente. Non capisco se sia davvero felice.
Mi guardo attorno.
Ci sono bei fiori in mezzo ad alcune brutture.
Le spiego che ho invitato degli amici a cena e vorrei mettere dei fiori sul tavolo.
Mi mostra i tulipani; i gambi chiari, i fiori ancora socchiusi.
Su una delle mensole vedo delle gerbere. Sono aperte; i petali diritti e corposi sono l'uno sull'altro accavallati. Risplendono di salute.
Mi decido per un mazzo misto di tulipani e gerbere. Starà benissimo al centro del tavolo.
La donna dei fiori mi parla con accento un po' forzato, come di chi non fosse qui da molto tempo. Ogni tanto, qui e là, le sue erre divenivano elle. Le vocali chiuse e talvolta nasali.
Non parliamo molto. Giusto l'essenziale.
Ma alla fine mi rivolge una domanda. Un attimo prima di consegnarmi i fiori incartati. Ritrae la mano per un istante e mi fissa con i suoi occhi scuri.
"È meglio aspettare il mattino, o aspettalsi il mattino?".
Mi coglie alla sprovvista.
Non so rispondere a questa domanda che non comprendo a fondo.
Tuttavia lei non sembra aspettarsi nulla.
Mi porge i fiori e mi saluta con quel suo sorriso in qualche modo triste.

Da quel giorno la guardo tutte le volte che le passo davanti. Lei è sempre affaccendata. Talvolta parla con dei clienti, talvolta in una lingua che non capisco con una donna. Sempre la medesima. Con la pelle del viso rovinata sulle guance. I capelli lisci a caschetto. Gli stessi stivali neri consumati.

Questa sera ho invitato a cena lui. E sono un po' emozionata. Voglio comprare dei fiori per la tavola.
Decido di fermarmi dalla donna dei fiori di ritorno da lavoro.
Oggi indossa una gonna nera alla caviglia e una maglia del medesimo colore. Ha indossato, sopra di esse, un grembiule celeste ora macchiato qui e lì di verde e marrone, e stropicciato in basso a destra.
Il sorriso triste è il medesimo.
Mi saluta con cortesia.
Le spiego le mie necessità e lei mi suggerisce orchidee e peonie.
"Mio marito mi regalava sempre un fiore, ad ogni nostro incontro. Le peonie nascevano spesso vicino a casa e lui me le regalava di frequente. Soprattutto in maggio."
"Dove si trovava la sua casa allora?"
"Nel nord del Giappone."
"E suo marito dove si trova ora?"
"In Giappone".
C'è tanta tristezza nei suoi occhi, che non oso chiedere altro. Pago quanto richiesto. La guardo e lei parla. A mano a mano che le parole escono dalla sua bocca, riacquista quel sorriso triste.
"È meglio aspettare il mattino? O aspettalsi il mattino?".
Accetto i fiori che mi porge e saluto uscendo.




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