AGL'ITALIANI



 7-8/03/2007

Già Prima iniziata

quel dì che venne a vita, il servo
della musa amata,
molto urlando e molto piangendo
in notte sconsolata
nel deserto, nera oscurità
di rapaci gremita.

L'opre ai sentimenti

avvezze, ch'amor di patria e donne
decantan parimenti
fecer nascer in lui l'ardente fiamma
e grandi patimenti
d'Erato, guida felice di poeti
mancanti altrimenti.

Se amor fu mai forte

come quel che pario infuocò
dell'Italia la sorte
fu solo nei vati e in quei principi
dalla tempera forte,
di cui i primi cantavan l'imprese
d'Italia unir sorte.

Ed or' ch'è compiuto

il grande intento d'unita patria
governan con il fiuto,
per gli affar della povera gente,
d'anzian can sordomuto
cui interessa'l sollazzo di pasti
e ch'è 'n sonno caduto.

Rimembra gli andati

tempi, l'amante di nazion natia,
in cui merti mestati
non eran a vizi viltà e colpe
di cui s'è macchiata
l'odierna nobiltà, che con di pecunia
fortuna s'è fasciata.

Ride per l'esecrabile

ventura già in Il giorno prelusa,
ma nel cuor non è labile
delusion, mestizia dell'oppressore,
potente distruttor
di sogni di libertà di cui'l civico
è lecito costruttor.

Orsù dai, sveglia, sveglia!

non lasciar che l'onesta intenzion
rimanga mera veglia.
Popolo sovrano prendi il dirittto
che dal cielo t'è dato.
Insorgi! L'arme di penna bocca
turbin l'errato fato.





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