LA GARZETTA E IL PROCIONE (Parte 1)



L'aria odora di legna bruciata. Quella del fumo che esce dai camini.
Il piccolo animale non ha paura del fuoco quando si trova qui.
Percorre circospetto gli stretti vicoli. Lì due gradini a destra portano ad un muro. Un portone si apre a sinistra. Verde. Un buco per la posta al centro.
C'è silenzio.
Le unghie grattano sulle pietre quadrate che ricoprono la via. Leste. Poi si fermano. Poi riprendono. Qualche voce giunge di lontano.
Lui sa dove andare. Segue il vico fino ad una piazzetta. Nel mezzo, circondata di fanghiglia, sta una fontana. Zampilla perpetua.
Le stelle brillano nella penombra. Ché la piazzetta è scarsamente illuminata. E la luna, piccola falce che guarda ad est.
L'animale raggiunge la fontana, ed è lì che per prima cosa si lava le zampe. Poi beve. La sua lingua piccola si infila tra i dentini affilati e raccoglie l'acqua dai palmi aperti.
Qui viene per un motivo particolare.
C'è un albero, in questa piazza, che dona dei frutti dolci e succosi. Ma gli uomini non li mangiano. Così lui ha a disposizione tutto il cibo di cui ha bisogno.
Questa sera fredda, con l'odore di fumo che gli riempie le narici, l'animale è distratto.
La fontana si muove. O meglio, la garzetta di roccia che sta sulla cima si muove.
Il piccolo scappa. Si rifugia in un angolo stretto e buio.
La garzetta spalanca le ali di pietra e con un balzo salta sul morbido terreno fangoso sollevando schizzi.
"Ehi tu! Orsetto lavatore!"
L'animale esce lentamente. Circospetto.
"Ti ho osservato le scorse notti".
La voce del volatile è bassa, delicata. Sussurra quasi. E l'animale le si avvicina. Si pone sulle zampe posteriori e con una di quelle anteriori si azzarda a toccare il petto piumato della garzetta di pietra. Ma la ritrae subito.
"Sì, sono di pietra. E non posso volare. Per questo me ne sto qui, su questa fontana. Aspetto che qualcuno mi liberi dall'incantesimo".







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