IL PROCIONE, LA LEPRE, LA TALPA E L'ORSO (Parte 5)




L'orsetto lavatore sta ritto sulle zampe posteriori in mezzo alla radura. Lepre e talpa dietro di lui sembrano nascondersi.
Procione parla forte. La voce trema.
"Salute grande orso! Perdona la nostra intrusione. Siamo un procione, una lepre e una talpa. Siamo qui per parlare di una garzetta".
Dapprima nulla si muove. La radura è sempre più scura.
Poi un'ombra si staglia contro il nero della grotta. Il grande orso è grande davvero.
Le orecchie del procione si abbassano. Talpa e lepre si stringono dietro il suo corpo.
E l'orso esce nella penombra della notte senza luna.
"Che cosa volete?", parla a voce bassa. Un sussurro roco.
"Siamo qui perché ci dicono che hai fatto un incantesimo alla garzetta della fontana. L'hai trasformata in roccia".
Lepre guarda la schiena di procione con gli occhi sbarrati. Come farà, si chiede, ad avere tanto coraggio?
Talpa, che non può vedere le dimensioni dell'orso, ne respira l'odore. Ne avverte i passi nelle vibrazioni del terreno.
"Questo è ciò che ti hanno raccontato?"
La voce è tuttora bassa. Ma la risata che segue le parole è profonda e riverberante nella notte.
"Non è questa la verità?", chiede deciso il procione.
"La verità è un po' diversa. Accomodatevi dentro. Vi racconterò tutto".
I tre seguono timorosi l'orso, dopo essersi consultati brevemente sottovoce.
L'interno è caldo e asciutto. Alcune foglie sono ammucchiate a formare un giaciglio.
L'orso vuole offrire loro qualche pigna e delle foglie secche, ma infine è lui che accetta da loro qualche frutto. E prende a raccontare.
"Quando ero giovane conobbi un orso bianco. Facemmo amicizia. Divenimmo inseparabili.
"Poi lui iniziò ad avere strane idee. Diceva che voleva essere un albero. Un abete.
"Prese ad andare, durante il periodo più freddo dell'inverno, nel paese. Si sedeva in piazza. Si lasciava decorare. Voleva essere un abete.
"Infine una notte giunse un mago. E sapete che cosa fece?"
I tre guardano l'orso curiosi. Negano con la testa.
"Lo trasformò in un abete. E chissà se ora è felice. Perché gli alberi non parlano. Ed io non so se è felice, o se si è pentito..."
"Non è che sei arrabbiato perché ti ha lasciato solo?", si intromette la talpa.
L'orso pare arrabbiarsi. Ma è solo un momento.
"Forse sei tu che, dopotutto, vedi meglio di noi", conclude l'orso.
"Ma questo che cosa c'entra con la garzetta?", chiede lepre frettoloso.
"Dopo quel momento – potete ben capire – non mi sono più fidato dei maghi!"
L'orso sembra triste.
"L'inverno scorso è stato molto difficile. A primavera, quando mi sono svegliato, ho dovuto camminare molto per trovare del cibo. E una notte capitai in quel paese. Avevo sentito l'odore dei frutti. Quelli che crescono vicino alla fontana. Me ne stavo cibando quando nella piazza è comparso un uomo. Mi sono nascosto.
"Guardava la garzetta di roccia al centro della fontana.
"Era lui, lo stesso mago.
"Prima che potesse fare altri danni mi avventai su di lui. Così il suo incantesimo non è stato completato.
"Il mago sparì e la garzetta vide solo me.
"Il sole stava per sorgere. Fuggii. Mentre la garzetta tornava immobile."
"Quindi in qualche modo è colpa tua, anche se l'incantesimo non l'hai lanciato tu", osserva la vecchia talpa.
"Ma tu non sei colui che può aiutarci. Come faremo a trovare questo mago, resta da vedere..."
Un po' sconsolati i tre compagni si rimettono in cammino per tornare indietro. Sognando ad occhi aperti di trovare un rifugio dove dormire.
Sognando di incontrare questo mago fra gli alberi.
Sognando questo mago con un bastone bianco, una tuba e le bretelle. Che li fissa appoggiato ad una quercia.











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