LA DONNA CHE AVEVA TUTTO


Alla zia Maria, che mi ha mostrato la solitudine dell'avere






Possedeva ogni cosa desiderata.
Aveva asciugamani per sé e
per numerosi ospiti.
Aveva tovaglie per il tavolo,
quello piccolo della cucina
e quello grande.
In salotto.

Aveva lenzuola di lino e di cotone
quelle di seta ricamata
e merletti.
Aveva lenzuola singole e doppie,
per il suo letto, quello grande
e per i letti degli ospiti.
Tanti.

La donna che aveva tutto
possedeva tutto davvero.

Aveva un garage per l'auto
che non aveva voluto comprare.
Il lucchetto per una bici
che però costava troppo.
Aveva abiti per la festa
e abiti per la casa.
Aveva un pavimento sempre lustro
liscio e cerato di fresco.
Aveva un giardino
che non le interessava.
Ma più di tutto. Aveva numeri.
Numeri su un libretto. Tanti zeri.
Aveva fogli speciali segnati
con dei numeri.
Questi, le avevano insegnato,
sono ciò che più dovrai avere.
Questi, le avevano insegnato,
sono l'unico mezzo per la felicità.

Nella sua lustra cucina, stesa,
pensava.
Rantolava e pensava.
Respirava le proprie feci.
Quelle che il suo corpo
non aveva trattenute nel momento
in cui per un momento
s'era resa conto dell'inevitabile.

Aveva tutto, questo lo sapeva.
Ma non aveva nessuno.
Quindi, forse, non aveva niente?
Ma in quell'istante morì, gli occhi spalancati.
Ed ora non ha più niente.

Giuse Giuseppe Paro








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